mercoledì 26 gennaio 2011
domenica 9 gennaio 2011
Poesia di Armando Punzo
non ti penso, non sei nei miei pensieri, sbandieri la tua lurida esistenza per farti notare, sei grassa di vita, bevi vino e cibo non benedetti e scivoli nella bocca del tuo inferno in terra, come voragine sempre aperta sei la madre che uccide i propri figli
mercoledì 5 gennaio 2011
lunedì 27 dicembre 2010
giovedì 16 dicembre 2010
Abbandono crudele,
il tuo sguardo che fissa il pavimento
duro ed escludente
s'è stampato a fuoco nei mei ricordi
e mi condiziona.
Non so se ti amo più
mi dicesti senza guardarmi
come fosse un rimprovero da farmi,
una punizione da infliggermi.
Quanta cattiveria usasti.
E io seduta sul letto,
le gambe tremavano
lo stomaco mi chiudeva l'anima.
Tu non mi lasciasti.
Mi abbandonasti.
Che ferita mi hai aperto nel dentro
ancora non si chiude e continua a farmi male.
Meritavo quel trattamento?
Te ne andasti
e mi lasciasti in quel freddo senza difese.
Umiliazione.
Non ti bastava chiudere.
Dovevi farmi male.
Ferirmi.
Punirmi.
Di quale colpa?
cosa ti feci per essere così duramente punita?
Niente.
Credo tu fosti solo vigliacco.
Disumano.
Crudele per il gusto di esserlo.
E perchè non avevi il coraggio di lasciarmi guardandomi negli occhi.
Dentro di te covavi segreto rancore.
Come se io fossi una nullità che ti ripugnava d'improvviso.
Come se io non fossi più degna della tua nobile compagnia.
Come se io fossi lo sbaglio di cui imbarazzarsi.
Colpa mia dello sbaglio tuo.
Del tuo disgusto.
Come se ti avessi sedotto
e poi deluso
e ora ti vergognassi di me.
Da allora vivo quel terrore
di ritrovare nell'uomo che amo
lo stesso sguardo
la stessa voce
lo stesso monito crudele
che un tempo mi ferì
e che continua a sanguinarmi dentro.
il tuo sguardo che fissa il pavimento
duro ed escludente
s'è stampato a fuoco nei mei ricordi
e mi condiziona.
Non so se ti amo più
mi dicesti senza guardarmi
come fosse un rimprovero da farmi,
una punizione da infliggermi.
Quanta cattiveria usasti.
E io seduta sul letto,
le gambe tremavano
lo stomaco mi chiudeva l'anima.
Tu non mi lasciasti.
Mi abbandonasti.
Che ferita mi hai aperto nel dentro
ancora non si chiude e continua a farmi male.
Meritavo quel trattamento?
Te ne andasti
e mi lasciasti in quel freddo senza difese.
Umiliazione.
Non ti bastava chiudere.
Dovevi farmi male.
Ferirmi.
Punirmi.
Di quale colpa?
cosa ti feci per essere così duramente punita?
Niente.
Credo tu fosti solo vigliacco.
Disumano.
Crudele per il gusto di esserlo.
E perchè non avevi il coraggio di lasciarmi guardandomi negli occhi.
Dentro di te covavi segreto rancore.
Come se io fossi una nullità che ti ripugnava d'improvviso.
Come se io non fossi più degna della tua nobile compagnia.
Come se io fossi lo sbaglio di cui imbarazzarsi.
Colpa mia dello sbaglio tuo.
Del tuo disgusto.
Come se ti avessi sedotto
e poi deluso
e ora ti vergognassi di me.
Da allora vivo quel terrore
di ritrovare nell'uomo che amo
lo stesso sguardo
la stessa voce
lo stesso monito crudele
che un tempo mi ferì
e che continua a sanguinarmi dentro.
martedì 14 dicembre 2010
BURATTINA IO STESSA
mentre si svolgono i fatti di violenza a roma, 14 dicembre 2010, io mi siedo e assisto silente a ciò che nell'aere avviene.
tutta quiete quaggiù
ma apparente.
La città è di nuovo assalita dal fuoco.
Ondate di fufore mi attraversano
incendiata io stessa nei nervi.
La sento l'agitazione,
la vedo salire per le strade dei colli
in eccezionale assenza di macchine.
Oggi un serpente spumoso di rabbia e terrore si fa strada nell'atmosfera
di questo letargico villaggio.
Un fiume impetuoso di mille facce indistinte
e forse più
s'affacciano nella mia mente
ed effettivamente sono.
Ne sento le voci di rabbia
solo in lontananza
ma sono.
La furia incontrollata mi scorre dentro eppure sono lontana.
Voglio
desidero
conflitto.
Rumore di elicottero mi riecheggia
un gran fottio di ali metalliche che girano e sovrastano.
Avrei voluto assaltarti
avrei voluto fare qualcosa di più che urlarti
avrei voluto sprangarti
un crick in faccia
sanguinarti.
La furia di Roma
penetra e si fa strada in queste mie cellule
che vibrano in una danza di distruzione.
Silente,
chè è questo lo stato di coscienza più sveglia,
osservo lo scuotimento del gregge,
la forza di ciò che ci attraversa e manovra.
Eroi che credono di esser padroni del loro destino
in atti di coraggioso eroismo
son marionette inconsapevoli
nelle mani di una natura beffarda
che si prende gioco di loro.
tutta quiete quaggiù
ma apparente.
La città è di nuovo assalita dal fuoco.
Ondate di fufore mi attraversano
incendiata io stessa nei nervi.
La sento l'agitazione,
la vedo salire per le strade dei colli
in eccezionale assenza di macchine.
Oggi un serpente spumoso di rabbia e terrore si fa strada nell'atmosfera
di questo letargico villaggio.
Un fiume impetuoso di mille facce indistinte
e forse più
s'affacciano nella mia mente
ed effettivamente sono.
Ne sento le voci di rabbia
solo in lontananza
ma sono.
La furia incontrollata mi scorre dentro eppure sono lontana.
Voglio
desidero
conflitto.
Rumore di elicottero mi riecheggia
un gran fottio di ali metalliche che girano e sovrastano.
Avrei voluto assaltarti
avrei voluto fare qualcosa di più che urlarti
avrei voluto sprangarti
un crick in faccia
sanguinarti.
La furia di Roma
penetra e si fa strada in queste mie cellule
che vibrano in una danza di distruzione.
Silente,
chè è questo lo stato di coscienza più sveglia,
osservo lo scuotimento del gregge,
la forza di ciò che ci attraversa e manovra.
Eroi che credono di esser padroni del loro destino
in atti di coraggioso eroismo
son marionette inconsapevoli
nelle mani di una natura beffarda
che si prende gioco di loro.
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