lunedì 27 dicembre 2010

Frammenti.
Dettagli.
Dedita alla composizione di schegge dissonanti
che creano l'insieme di un tutto
uguale solo a sè stesso.

giovedì 16 dicembre 2010

Abbandono crudele,
il tuo sguardo che fissa il pavimento
duro ed escludente
s'è stampato a fuoco nei mei ricordi
e mi condiziona.
Non so se ti amo più
mi dicesti senza guardarmi
come fosse un rimprovero da farmi,
una punizione da infliggermi.
Quanta cattiveria usasti.
E io seduta sul letto,
le gambe tremavano
lo stomaco mi chiudeva l'anima.
Tu non mi lasciasti.
Mi abbandonasti.
Che ferita mi hai aperto nel dentro
ancora non si chiude e continua a farmi male.
Meritavo quel trattamento?
Te ne andasti
e mi lasciasti in quel freddo senza difese.
Umiliazione.
Non ti bastava chiudere.
Dovevi farmi male.
Ferirmi.
Punirmi.
Di quale colpa?
cosa ti feci per essere così duramente punita?
Niente.
Credo tu fosti solo vigliacco.
Disumano.
Crudele per il gusto di esserlo.
E perchè non avevi il coraggio di lasciarmi guardandomi negli occhi.
Dentro di te covavi segreto rancore.
Come se io fossi una nullità che ti ripugnava d'improvviso.
Come se io non fossi più degna della tua nobile compagnia.
Come se io fossi lo sbaglio di cui imbarazzarsi.
Colpa mia dello sbaglio tuo.
Del tuo disgusto.
Come se ti avessi sedotto
e poi deluso
e ora ti vergognassi di me.
Da allora vivo quel terrore
di ritrovare nell'uomo che amo
lo stesso sguardo
la stessa voce
lo stesso monito crudele
che un tempo mi ferì
e che continua a sanguinarmi dentro.

martedì 14 dicembre 2010

BURATTINA IO STESSA

mentre si svolgono i fatti di violenza a roma, 14 dicembre 2010, io mi siedo e assisto silente a ciò che nell'aere avviene.

 tutta quiete quaggiù
ma apparente.
La città è di nuovo assalita dal fuoco.
Ondate di fufore mi attraversano
incendiata io stessa nei nervi.
La sento l'agitazione,
la vedo salire per le strade dei colli
in eccezionale assenza di macchine.
Oggi un serpente spumoso di rabbia e terrore si fa strada nell'atmosfera
di questo letargico villaggio.
Un fiume impetuoso di mille facce indistinte
e forse più
s'affacciano nella mia mente
ed effettivamente sono.
Ne sento le voci di rabbia
solo in lontananza
ma sono.
La furia incontrollata mi scorre dentro eppure sono lontana.
Voglio
desidero
conflitto.
Rumore di elicottero mi riecheggia
un gran fottio di ali metalliche che girano e sovrastano.
Avrei voluto assaltarti
avrei voluto fare qualcosa di più che urlarti
avrei voluto sprangarti
un crick in faccia
sanguinarti.
La furia di Roma
penetra e si fa strada in queste mie cellule
che vibrano in una danza di distruzione.
Silente,
chè è questo lo stato di coscienza più sveglia,
osservo lo scuotimento del gregge,
la forza di ciò che ci attraversa e manovra.
Eroi che credono di esser padroni del loro destino
in atti di coraggioso eroismo
son marionette inconsapevoli
nelle mani di una natura beffarda
che si prende gioco di loro.
Tutto si confonde
poichè tutto m'appare
e d'improvviso
senza distinzione.
M'immergo nelle mie profondità
non è facile nuotare in questo mare
così pieno di pensieri che mi urtano ad ogni momento
e diversi fra loro.
E nodi allo stomaco
che sono la mia quotidiana realtà.
Il diaframma con ciò che dentro di me si ripiega in sè stesso
è annullato.
E' buio questo oceano
quasi non ci vedo.
Ma sento.
La mia impotenza
la mia decisione di non contare
nè per me nè per altri.
La mia immobilità
la sconfitta da cui non mi sono mai più riavuta.
Io che parlo così spesso di mutamento
mi riscopro fedele a vecchie visioni
che forgiano la mia esistenza
da troppo tempo.
Ci vorrebbe un pò di luce quaggiù
per riordinare le cose.
Trovare il coraggio di buttare via quelle vecchie
e trasformare quelle che non posso allontanare.
Ma mai più nascondere.
Tutto il tempo della mia sofferenza quaggiù
è un lasso troppo breve di fronte a ciò che può avvenire.
Decido di starci.
Decido di urticarmi.
Decido di sottopormi all'inevitabile
per mutare.
Sono ancora bambina in attesa del suo carnefice.
Nei momenti in cui tutto si zittisce lo vedo chiaramente.
La speranza che il padre si redima
amandomi finalmente
non lascia ancora la presa del mio cuore.
E' visione calcificata ormai.
Ma non inscalfibile.
Ogni opacità può tornare luce
nel silenzio.


Perchè se lui non mi ama
io sono finita!
Non ho altro padre all'infuori di lui!
Nè zio, nonno o parente!
Una buia stanza mi aspetta
in cui passo ore solitarie
senza fare nulla
il muso chino sul letto
e un insopportabile
sordo
indefinito muro di silenzio dentro
che è il silenzio ottuso della soppressione.
Non voglio sentire
non voglio sentire l'angoscia che mi si agita dentro
sto male
troppo male.
E' violento.
E non voglio.
Meglio morire di morte viva.
Ad occhi spalancati
 la nuca poggiata sulla coperta.
Ci vorrebbe un pò di luce.
Per smetterla di accudire chi mi ferisce.
Prendermi cura di lui.
E accettarne tutto il male.
Aspettandolo.
Anche dopo il suo tradimento.
Come una bimba legata ad un palo
da catena d'acciaio che le afferra la caviglia.
Ecco così io ora sono in attesa di lui
come lo sono stata per anni di mio padre.
Un'abitudine letale avevo forgiato a me stessa
costretta dall'impossibilità della scelta.
E ora che la vita è avanti
mi riscopro legata a quel vincolo
che per tutto il lasso di tempo definito in cui ho respirato
avevo nascosto a me stessa
impedendomi di viverlo.
Ancora nella triste
patetica attesa
che l'unione si compia finalmente.
Con la speranza nel cuore che lui pensi ancora a me.
Ma mi ha accantonata.
Lasciata da parte.
Dimenticata.
Punita.
Ridicolizzata.
Umiliata.
Ferita.
Per me ha sempre e solo provato indifferenza,
malato egli stesso non può amare.
E io qui
patetica a me stessa
che mi chiedo quando tornerà?
se mi penserà?
si struggerà per me?
In tutto questo, sto.
Non me ne allontano.
Per guarire
e rinascere.
Non ho altra scelta.

lunedì 13 dicembre 2010

ogni volta afferro un filo per la sua estremità
dal bozzolo nodoso che mi pesa sul cuore
lo tiro
e da inerte materia opaca
diventa sostanza di luce
leggera
e quasi impalpabile.
Sembrava più fermo,
recidivo allo scioglimento.
Eppure viene via dolce
senza opporsi.
Si snoda
e sillumina.
Sembrerebbe m'aspettasse.
Continuo a tirare
e il grigio grumo senza colore
nè vita
si fa più sottile.
E' così che accade nel silenzio.
Ogni cosa si lascia illuminare.
Ogni cosa si lascia slegare.
Da umana,
sostanza divina diventa
rivelando la natura delle mie durezze
le nostre
del mondo.
Quante storie scritte su quei fili
quanti rocordi.
E costruzioni immaginate
date per reali.
Quanti dolori
bassezze
infermità.
Un tutto carbone
che in aria si dissolve
e fumo.
Mostrando al fondo dell'essere temuto
un diamante di luce dolce.
C'è solo questo da fare
nel movimento del silenzio
che la grazia infonde.
Quanti fili ci sono da districare
in un unico addensato nodo.
Sembrava semplice
ma più disfo
più trame che non sapevo emergono.
E fili d'ogni colore e ordito
gli uni intrecciati ad altri mille
resistono tenaci
in un unico compatto intrico
che non vuole saperne di sciogliersi
come fosse dotato di volontà propria
e destino.
Penelope son io
come coloro che mi precedettero
tutte in fila dietro l' unica
possibile sorte.
Ma io non sfaccio trame in attesa di colui che girovaga fuor di patria
non una casa nè un giaciglio sono disposta a preparare
nè tempo più ad aspettare
per un uomo
o per una donna.
No
ciò che disfo non è tela usata con astuzia
un pretesto per allungar il tempo dell'attesa.
La trama nodosa che con delicatezza sciolgo
è la prova
il passaggio
l'iniziazione
a una nuova vita mia
la mia evoluzione.
Districo fili.
Sciolgo nodi.
Nel silenzio riscopro il mio terrore,
la paralisi della solitudine.
C'è qualcosa che rimane sempre uguale
e che il rumore nella superficie copre.
Come un corpo accartocciato in freddo rigor mortis
ma vivo dentro
e caldo.
Il silenzio non è mica comodo.
Eppure è il luogo dove tutte le cose ricominciano a vivere.
L'utero in cui dolorosamente rinascere.
Ho paura a volte
a scendere quaggiù.